Dispositivi indossabili – Occorre una gestione oculata dei dati

Carlo Pignalberi, referente dell’elettrostimolazione cardiaca presso il presidio ospedaliero S. Filippo Neri di Roma
Carlo Pignalberi, referente dell’elettrostimolazione cardiaca presso il presidio ospedaliero S. Filippo Neri di Roma

Tra grandi potenzialità e qualche dubbio, l’utilizzo di dispositivi smart indossabili in ambito medico è un tema sempre più spesso al centro di convegni e dibattiti. La possibilità di monitorare un paziente 24 ore su 24, in modo per nulla invasivo, rappresenta una grande opportunità per rendere più efficiente la prevenzione, la riabilitazione o la gestione di malati cronici. «Al momento l’utilità di questi dispositivi in ambito propriamente medico è ancora più potenziale che effettiva, ma si tratta di soluzioni molto promettenti per il futuro», precisa il dottor Carlo Pignalberi, referente dell’elettrostimolazione cardiaca presso il presidio ospedaliero S. Filippo Neri di Roma.

Cosa manca perché questi strumenti diventino dei veri alleati nella cura dei pazienti?
Principalmente una modalità di rielaborazione delle informazioni raccolte, che sia compatibile con un protocollo medico. Lo strumento deve servire a confermare o smentire un sospetto di tipo sanitario, non per raccogliere dati a pioggia che risultano difficilmente interpretabili.

Quindi la discussione verte non tanto sulla loro efficacia, quando sulla gestione dei dati che raccolgono?
Certamente. Se si procedesse a una standardizzazione, il loro contributo sarebbe enorme.

Sembra ottimista.
Ho molto fiducia nell’evoluzione di questi dispositivi. Credo che presto o tardi arriveremmo a un loro impiego intensivo in ambito medico. Come detto, occorre risolvere una serie di problemi nella gestione delle informazioni: come raccoglierle? A chi inviarle? Chi attualmente può gestirle?

Ci sono poi le questioni relative alla privacy.
Si tratta di un problema enorme da considerare con la giusta attenzione a livello generale, ancora di più in ambito medico.

Oggi quali applicazioni trovano?
Ad esempio, per quanto riguarda le problematiche cardiache, ed in particolare quelle aritmiche, gli smartwatch possono segnalare alle persone l’esistenza di un determinata alterazione della normale funzionalità elettrica del cuore, correlata ad un certo sintomo, aiutando a capire di che cosa si tratta.

Consiglierebbe a un paziente l’utilizzo di questi strumenti?
In alcuni casi sì. Se una persona soffre di palpitazioni ed è incerta se recarsi o no al pronto soccorso che dista diversi chilometri, può dedurre maggiori informazioni dal tracciato dell’elettrocardiogramma dello smartwatch, condividendo il risultato direttamente con il proprio medico. Preciso, però, che un utilizzo di questo tipo deve essere sempre concordato con un sanitario, che deve valutare la singola situazione.

Dovrebbero essere abilitati come dispositivi medici?
Secondo me sarebbe particolarmente interessante un’evoluzione in questo senso, proprio per raggiungere quella standardizzazione che è assolutamente auspicabile.

Oltre ai dispositivi indossabili, quali strumenti connessi di largo consumo possono essere utilizzati in ambito medico?
La lista è vastissima e in continua evoluzione. Sono già in produzione lenti a contatto o cerotti in grado di misurare la glicemia oppure pastiglie che possono essere ingerite e comunicare informazioni sullo stato di salute del paziente. Insomma, le possibili applicazioni sono enormi.

Le istituzioni sanitarie mostrano interesse riguardo all’utilizzo di dispositivi connessi per migliorare il livello delle prestazioni?
Purtroppo l’attenzione è scarsa. Si sconta un forte ritardo generale nell’utilizzo della tecnologia, anche in ambiti banali come il controllo da remoto dei dispositivi impiantati per la stimolazione artificiale, come pacemaker e defibrillatori, i cui benefici sono stati ampiamente dimostrati. Esistono iniziative a macchia di leopardo, nella provincia autonoma di Trento i pazienti possono ottenere il rimborso per l’utilizzo di dispositivi. Un’opportunità che recentemente è stata estesa anche in Veneto. Purtroppo in altre regioni i cittadini sono meno fortunati.

C’è il rischio che queste tecnologie incrementino il “fai da te” da parte dei pazienti?
È un problema che noi medici ci troviamo ad affrontare quotidianamente, perché le persone sono ormai abituate a cercare su internet informazioni relative alle proprie patologie, vere o presunte che siano. Si tratta di una tendenza che presenta vantaggi e svantaggi: spesso visitiamo pazienti che hanno già qualche nozione riguardo a una determinata malattia e alle necessarie terapie e questo ci facilita il compito; in altri casi, la convinzione di saperne più del medico rappresenta un ostacolo a una corretta relazione. La stessa cosa può avvenire con i dati forniti da uno strumento smart che comunica direttamente con l’utente: bisogna ricordare che l’ultima parola spetta sempre al medico.