L’obsolescenza programmata, questa “sconosciuta”

Davide Rossi, direttore di Aires e presidente di Optime

L’espressione “obsolescenza programmata” fa riferimento al processo mediante il quale verrebbero suscitate nei consumatori esigenze di accelerata sostituzione di beni tecnologici o appartenenti ad altre tipologie. Sono attualmente in discussione al Parlamento e al Consiglio Europeo alcuni emendamenti al cosiddetto pacchetto Ecodesign (la direttiva 2009/125/Ue, in vigore dal 2018), che contiene anche indicazioni in materia. In Francia il ministero dell’Ambiente ha lanciato l’idea di un’etichetta che attesti durata, riparabilità e robustezza di prodotti elettronici ed elettrodomestici. In Italia l’Antitrust, l’autorità garante della concorrenza e del mercato, a ottobre 2018 ha «accertato che le società del gruppo Apple e del gruppo Samsung hanno realizzato pratiche commerciali scorrette in violazione degli articoli 20, 21, 22 e 24 del Codice del Consumo in relazione al rilascio di alcuni aggiornamenti del firmware dei cellulari che hanno provocato gravi disfunzioni e ridotto in modo significativo le prestazioni, in tal modo accelerando il processo di sostituzione degli stessi». Nello stesso anno il Movimento 5 stelle ha presentato al Parlamento un disegno di legge, su cui è iniziato a maggio di quest’anno l’esame presso il Senato, che mira a inserire una serie di emendamenti al Codice del Consumo (Dlgs 206/2005). Esso prevede, in sintesi, di portare la garanzia legale dagli attuali 2 fino a 10 anni, di obbligare i produttori a fornire parti di ricambio per almeno 5 anni dalla cessazione di fabbricazione di ogni prodotto e porterebbe da sei mesi a 1 anno il periodo di presunzione di non conformità originaria di un prodotto. Propone infine che la sorveglianza sia attribuita al Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli utenti (CNCU). Se il reato, perché di questo si tratterebbe, fosse considerato grave, la pena andrebbe dal ritiro e distruzione del prodotto fino a una multa o addirittura alla reclusione. Davide Rossi, presidente di Optime, Osservatorio Permanente per la Tutela in Italia del Mercato dell’Elettronica, non crede che il ddl verrà mai approvato, per tre motivi. Il primo: «I casi su cui è intervenuta l’Antitrust sono effettivamente avvenuti -, dichiara, – ma dobbiamo ancora osservare come si evolveranno i ricorsi. Ciò dimostra comunque che, a normativa vigente, c’è un organismo che controlla con grande attenzione e il consumatore può stare sereno». Secondo: «Fenomeni di obsolescenza programmata possono eventualmente avere luogo quando nel mercato c’è un monopolista e non è il nostro caso. Pensare, poi, che esista una “massoneria” dei produttori che si incontrano nottetempo tramando complotti è inimmaginabile». Il terzo e ultimo motivo è tecnico-giuridico: «Se venisse approvato questo ddl -, conclude Rossi, – si verificherebbero asimmetrie con la direttiva europea che stabilisce la durata di garanzia dei prodotti, intralciando il libero scambio delle merci nel mercato unico europeo. Inoltre perché affidare la vigilanza al CNCU quando enti dello stato già lavorano su questa materia?». E per quanto riguarda i televisori, lo switch off può essere considerato un fenomeno di obsolescenza programmata? «Per il momento – risponde Rossi, – si passa dallo standard Mpeg2 a Mpeg4 e, a quanto mi risulta, i televisori con Mpeg2 hanno smesso di essere venduti 10 anni fa. È annunciato da tempo e ci sono incentivi messi in campo. Mi pare che ci sia un accanimento mediatico su un settore come il nostro che ha già problemi economici e di concorrenza sleale ma che offre continuamente un servizio al consumatore, in particolare con le campagne sui RAEE, sull’energia, sull’educazione digitale».