Avviare un negozio di elettrodomestici?

di Massimo Moscati

La (ormai lunga) crisi economica ha inciso sulle decisioni di acquisto dei consumatori, persuadendoli a limitare le spese per i beni durevoli, di cui gli elettrodomestici fanno parte. Tuttavia, pur trattandosi di un mercato di sostituzione, l’andamento nel suo complesso mostra una crescente penetrazione di alcuni prodotti (come asciugatrici e lavastoviglie), in uno spostamento progressivo delle vendite verso gli elettrodomestici con classe di efficienza energetica più alta (che giungono al consumatore anche più curati esteticamente) nonostante gli apparecchi più efficienti siano anche i più costosi.

A voler forzare un po’ il gioco, in questo Bloc-Notes, perché allora non ipotizzare un investimento imprenditoriale orientato all’apertura di un negozio di elettrodomestici? Può apparire una cosa così insensata, oggi?

È vero, c’è la concorrenza delle grandi catene ma i cosiddetti “negozi di prossimità” offrono delle chances che vanno oltre il concetto del prezzo. La popolazione anziana è in rapido aumento, una categoria con mobilità ridotta che preferisce il piccolo punto vendita vicino casa. Inoltre nei piccoli esercizi è possibile stabilire rapporti interpersonali, basati sulla fiducia, con il proprietario o con quanti ci lavorano dentro.

Inoltre, pur non dilungandoci troppo, esistono aspetti di carattere storico e sociologico, legati al territorio e alla sua gestione, che rendono il “negozio di vicinato” l’arma vincente dell’Italia dei comuni sempre più a rischio di spopolamento. Il commercio di prossimità assolve al ruolo di rivitalizzare le periferie (altrimenti condannate a diventare banlieu), aiutando a mantenere movimento e luci, scambi interpersonali ed economici.

Quindi si potrebbe dire, certo con un approccio fortemente ottimistico, che aprire un negozio di elettrodomestici può dare molte soddisfazioni: quando la crisi finanziaria finirà (perché dovrà accadere) un’attività come questa può fornire un margine di guadagno rispettabile per una vendita dal flusso costante di tecnologia indispensabile per la vita quotidiana.

E, strano ma vero, anche la burocrazia aiuta a partire dal fatto che sotto i 250 metri quadrati (150 metri quadrati nei comuni sotto i diecimila abitanti) non è richiesta nessuna licenza, ma l’assolvimento di banalità amministrative reperibili in qualunque Camera di commercio (S.C.I.A., iscrizione registro imprese, partita IVA, Inps e Inail).

Molta attenzione, il nostro imprenditore in erba, dovrà invece darla alla sua mission per comprendere quali servizi offrire al consumatore (oltre alla vendita). E questo farà la differenza.