Aperture domenicali: quanta ipocrisia

Un centro commerciale del Medioevo?

Partiamo da un presupposto: perché questo desiderio di riunificare le famiglie dei negozianti (o addetti che siano)? La Cei (i vescovi, per intenderci) lo fa per combattere il consumismo, ma gli altri? E tutti i lavoratori che lavorano nei festivi e di notte nella sicurezza, sanita, mobilità, comunicazioni? …
Fatto il preambolo, addentriamoci nello scenario. Limitare le aperture domenicali, nell’ambito del commercio (e nei servizi in generale), è antistorico. Certo non lo scriviamo perché temiamo che il monopolio di Amazon in questo modo possa sempre di più affermarsi: le chiusure domenicali non facilitano l’e-commerce, che deve essere preso come un dato di fatto all’interno dell’evoluzione tecnologica in atto.
Federdistribuzione paventa tra i 30mila e i 40mila posti di lavoro a rischio a causa delle chiusure domenicali per colpa “dell’effetto negativo sui consumi”; per il Codacons “12 milioni di italiani fanno acquisti la domenica, e i giorni festivi rappresentano per loro l’unica occasione per dedicarsi allo shopping e alle compere” e – forse grazie all’ausilio di una sfera di cristallo – hanno valutato che l’e-commerce incasserà +2,7 miliardi di giro d’affari; Cgil e Confesercenti plaudono al ridimensionamento delle deregulation degli orari di apertura; Confcommercio ancora non interviene a livello nazionale ma lascia filtrare che la scelta del governo Monti “non ha dato effetti particolarmente positivi né sui consumi, né sull’occupazione, né tanto meno ha generato maggiore concorrenza: dei correttivi sono necessari”.
Tante opinioni, nessuna certezza. A parte il fatto che da anni nella Gdo e Gds si parla solo di esuberi (con domeniche chiuse), e comunque la forza lavoro è stata sostanzialmente dimezzata (con domeniche aperte). Poi c’è la divaricazione di pensiero, con una preponderanza che sostiene che le aperture domenicali servono semplicemente a “spalmare” i fatturati su 7 giorni invece che su 6: lo dimostrerebbe appunto il fatto che il personale diminuisce quando dovrebbe crescere. Comprendiamo le ragioni di chi ritiene che ci sia una buona dose di “terrorismo” in chi paventa licenziamenti epocali, tuttavia – lo ribadiamo – la chiusura durante i festivi è antistorica e non vorremmo che, una volta impedita la spinta consumistica domenicale si registrassero contrazioni oggettive negli acquisti. Per i fautori dell’apertura, però, è necessario che si mettano nell’ordine di idee di migliorare la posizione economica dei loro dipendenti, altrimenti il loro modo di interpretare la libera impresa assomiglia molto al modo di comportarsi di quello “che vuol fare le nozze con i fichi secchi”. È quello che dichiara la sociologa Chiara Saraceno al Corriere della sera: “Credo che la liberalizzazione non sia un male tout court, ma questo a patto che si rispettino i diritti dei lavoratori in primis, garantendo condizioni e trattamenti adeguati. Bisogna incentivare chi è disposto a lavorare in orari scomodi, queste persone devono avere più garanzie. Non mi puoi licenziare se non posso lavorare in alcuni giorni o in determinati orari, tanto per fare un esempio”. E così anche la tanto paventata “distruzione” della famiglia si rivela un falso problema: “Credo che i problemi delle famiglie italiane siano altri, basti pensare alla mancanza di lavoro, ai salari bassi e alla disuguaglianza tra uomini e donne. (…) Quando ci sono gestioni familiari che si reggono proprio sulla divisione di turni e compiti dei genitori, (spesso) il lavoro domenicale viene incontro alle esigenze di queste famiglie aiutando a conciliarle, sia se si tratta di dipendenti dei centri commerciali, sia se si tratta di consumatori. In questa società sono in tanti a non avere il classico orario d’ufficio dalle 8 alle 17. Ribadisco, l’importante è che il lavoratore abbia il potere di decidere”.
La sociologa infine, se proprio è necessario, propone una turnazione come accade con le farmacie: ma siamo sicuri che stiamo parlando della stessa cosa?